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Sounds perfect Wahhhh, I don’t wanna
cutulisci
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“Imparare molte poesie a memoria: da bambini, da giovani, anche da vecchi. Perché fanno compagnia: uno se le ripete mentalmente. Inoltre, lo sviluppo della memoria è molto importante. Anche fare dei calcoli a mano: delle divisioni, delle estrazioni di radici quadrate, delle cose molto complicate. Combattere l'astrattezza del linguaggio che ci viene imposto, con delle cose molto precise. Sapere che tutto quello che abbiamo ci può essere tolto da un momento all'altro. Certo, goderlo: non dico mica di rinunciare a nulla, anzi. Però sapendo che da un momento all'altro tutto quello che abbiamo può sparire in una nuvola di fumo.”

— Italo Calvino

z-violet

Ciao terroni

ilfascinodelvago

Ciao terroni,
come va?
Mi ricordo di voi, eravate quelli che arrivavano con il treno e la valigia di cartone, scendevate a Torino o a Asti e vi piazzavate davanti al municipio: «Vogliamo una casa».
Eh, bravi. La fate facile. Altro che 35 euro al giorno.
Parlavate di «diritti», ma i doveri?
«Ma noi venivamo a lavorare».
Cazzate.
Non avevate voglia di far niente. Il terrone, piccolo, scuro e con i baffetti, non aveva voglia di fare un cazzo. Se proprio entrava in fabbrica, nel tempo libero andava al bar a giocare a carte. Il piemontese, nel tempo libero dalla fabbrica, andava nei campi, nelle vigne: il terrone niente.
D’altronde, si sa, ad Alba, negli anni in cui ero ragazzino, i primi ’80, si sapeva che Ferrero e Miroglio, le due aziende più grandi, erano state costrette ad assumere meridionali, controvoglia, perché i piemontesi erano finiti.
Stavate in via Maestra, a gruppetti, a fare non si sa cosa, noi dovevamo abbassare lo sguardo perché altrimenti arrivava il «Che cazzo hai da guardare?» ed erano botte. Vi chiamavate Di Gangi, Cotilli, Esposito, Caruso, Rizzo, Di Gianbartolomei, Romeo. Venivate dalle popolari, picchiavate, sia nei cessi delle medie che alle feste di paese.
Noi, se dovevamo insultare qualcuno, lo chiamavamo «tarrone». Nemmeno terrone, ma con la a, perché in piemontese si dice «tarùn». Gazzetta d’Alba nel 1963 titolava «Voteranno anche 200 meridionali», alle politiche imminenti, questi oggetti sconosciuti, questi esseri che chi lo sa cosa vogliono, e chissà che cosa votano.
In ogni compagnia c’era il terrone buono, ognuno di noi aveva uno zio acquisito (si specificava: «Acquisito, eh!»), venuto su perché militare, o una zia acquisita perché lo zio di sangue era avanti con gli anni e prendeva moglie giù, per non rimanere zitello. Quelle volte era un distastro.
«Ma chiel lì a l’è ‘n napuli», quello lì è meridionale, si specificava con stupore, quando si aveva notizia di qualcuno che s’era innamorato e sposava un terrone.
«Ma noi vogliamo bene a tutti», se proprio si voleva giustificare il nipote, o il figlio, se proprio si era di buon cuore, si diceva, senza rendersi conto di quanto in realtà vi disprezzavamo: perché, di grazia, si deve puntualizzare di «voler bene a tutti», che cos’hanno di male quelli nati a Trani o a Potenza, per il solo fatto di essere nati a Trani o a Potenza?
Spacciavate. Sì, terroni, spacciavate. Si leggeva la cronaca e se c’era un reato era sicuro che il colpevole si chiamava Di Gangi, Caruso, Rizzo, Di Gianbartolomei, Pasquale o Rocco o Salvatore di nome.
«Eh, son tutti di loro», commentavamo.
Perché quelli buoni, dicevamo, non venivano su. Su, al nord, veniva la feccia. Il palermitano gran nobile, o il napoletano gran giurista, quelli mica venivano, quelli rimanevano giù. Mica scemi. Qui venivano i delinquenti.
Qualcuno, timido, provava a dire: «Eh, ma laggiù c’è la mafia», e tutti gli altri ribattevano: «Appunto. Invece di stare laggiù a combattere la mafia, preferiscono venire qui a non fare un cazzo».
Oppure a fare quei lavori che noi schifavamo: i secondini, i carabinieri, l’impiegato pubblico, il bibliotecario, quelli non sono lavori, sono remunerazioni in cambio di qualche ora passata in qualche posto. Lavorare è un’altra cosa: è nel privato che si lavora, nel pubblico non si fa un cazzo, e noi del nord andavamo nel privato, mica nel pubblico.
«Non si affitta a meridionali» perché voi terroni dicevate di essere in due e poi eravate in sette, c’erano Ciro, Salvatore, Cosimo, Calogero, Mimì, Totò e insomma affittavi a uno e ne trovavi dieci.
Ognuno di noi aveva il terrone buono, dicevo, l’amico – proprio come il ne*ro eletto in Senato per la Lega, o l’altro buono che la comunità del mantovano ha deciso di adottare: quello è terrone ma è mio amico. Le nostre nonne dicevano: «È della Bassa, MA è una brava persona».
Insomma ci facevate schifo, come gruppo, di tanto in tanto qualcuno di voi, come quando addomestichi un animale, ci era magari simpatico.
Oh, mica è passato troppo tempo.
Vent’anni fa ci furono i gazebo per l’indipendenza della macro-regione del Nord, si dibatteva se un marchigiano era un terrone e andava fatto affondare nei debiti della sanità, o salvato nella gloriosa Padania. Un laziale, mi dispiace amici laziali che ce l’avete con i napoletani e li chiamate terroni, era un terrone.
Vi schifavamo.
Poi è cambiato qualcosa: sono arrivati i ne*ri, e allora abbiamo trovato qualcosa da schifare ancora di più.
Ci pensavo stasera, terroni: i ne*ri sono riusciti là dove non è riuscito Cavour: a fare gli italiani. Insomma, fatta l’Italia – diceva Massimo d'Azeglio – rimaneva da fare gli italiani. Eccoli, eccoci: ci siamo scoperti fratelli così, dandogli al ne*ro.
Però io sono del nord, e mi ricordo, terroni, che ci facevate proprio schifo. Forse non ve l’abbiamo detto abbastanza, non siamo stati efficaci, perché aveste saputo con quanto disprezzo siete stati nostro malgrado accolti, forse oggi non votereste Salvini, avreste timore soltanto a nominarlo, il ministro dell’Interno. Invece mi pare che lo votiate senza problemi.
Secondo me, terroni, dovreste vergognarvi a votare Salvini.
Almeno quanto noi del nord, certo, dovremmo vergognarci anche soltanto per averle pensate, certe cose. Quelli sono conti nostri che continuiamo a fare, o almeno: che qualcuno nel privato fa. Ma voi, terroni, Salvini proprio no.
Comunque, contenti voi.
È un pensiero così, ascoltando in metro un uomo dal forte accento del Sud dire che tutti i ne*ri spacciano, che dovrebbero essere ammazzati.
Buona serata, napuli.


Marco Giacosa

z-violet

Uh Signùr de Vimodrùn

Fàa sparì tucc i terùn

Fàa sparì tucc adèss

Uh Signùr de Cuncurèss


Autore/i ignoto/i, preghiera meneghina: sentita dagli anni Settanta in poi, ovunque a Milano.

Serve la traduzione?

Source: ilfascinodelvago
tattoodoll
iantheswriting:
“ sourcedumal:
“ faramon:
“ ilovemysassysuperman:
“ itskalynbitch:
“ notanotherginger:
“ Those who say the Black Widow’s fighting style is just movie bullshit can see the above. ^ Shit is terrifyingly real.
”
I think I’m in...
notanotherginger

Those who say the Black Widow’s fighting style is just movie bullshit can see the above. ^ Shit is terrifyingly real. 

itskalynbitch

I think I’m in love.

ilovemysassysuperman

She’s so tiny.

But she could kill me.

Great.

faramon

^ That

sourcedumal

I will reblog this flying head scissors every time it comes on my dash because it’s so fucking awesome.

iantheswriting

She’s beauty and she’s grace and she’ll kick you in the face.

Source: zzzedta
curiositasmundi
goodbearblind

“Io mi ricordo che negli anni ‘70 c'erano dei migranti che si chiamavano “i maruchèin”. I maruchèin venivano da un posto che si chiamava “la bassitalia”, e vivevano nelle nostre città in posti dove la gente perbene non voleva più vivere perchè c'era l'umidità sui muri, o non c'era l'ascensore. Delle volte vivevano anche in dieci o dodici in un appartamento, e facevano dei lavori che la gente perbene non voleva più fare, tipo in edilizia sulle impalcature o nelle fonderie. I maruchèin non si chiamavano così, eravamo noi che li chiamavamo così. o almeno io li sentivo chiamare così nei bar o sull'autobus dai tizi coi baffi e col borsello, o dalle signore eleganti, quando saliva uno di questi lavoratori per dire, portavano la mano alla bocca come per non farsi sentire, e dicevano al vicino “maruchèin”, per dire che era salito uno di quelli lì, e l'altro faceva di sì con la testa, per dire che l'aveva capito anche lui che era un maruchèin. Tra di loro i maruchèin non si chiamavano in nessun modo, perchè venivano da posti diversi e loro probabilmente si vedevano uguali e diversi al tempo stesso, pensavano forse, figurati, di essere gente come noi. In terza elementare quando stavo a Portile il mio migliore amico era un bambino che si chiamava Filippo e che era appena arrivato da Palermo, che era uno dei posti da dove venivano i maruchèin. Io Filippo lo chiamavo Filippo, ma c'erano sempre degli altri bambini che lo chiamavano maruchèin, e mi ricordo che a me dispiaceva. Poi, quando al doposcuola c'era da fare la partita di calcio e c'erano i due capitani che facevano le squadre, che i due capitani erano quelli più togo, e mi ricordo che io e FIlippo restavamo sempre in fondo, ultime scelte, io perchè a giocare al calcio ero proprio lofi, lui perchè era maruchèin. “Te prendi Fantoni o il maruchèin?” diceva uno dei due capitani, “Il maruchèin”, faceva l'altro, perchè a giocare al calcio io ero lofi un bel po’.

Dopo un po’ di anni però è capitato che i figli e le figlie di queste persone perbene che dicevano “maruchèin” ai nuovi arrivati, avevano finito con l'innamorarsi dei figli e delle figlie dei maruchèin, che l'amore è una roba che non sta tanto a guardare per il sottile, e poi si erano anche sposati.

Subito le persone perbene ci erano rimaste male che i loro figli si fossero sposati con i figli dei maruchèin, che magari si trovavano ad avere una nuora che non sapeva neanche fare i tortellini, ma poi era finita che una volta li avevano invitati a cena i consuoceri, e lo sai te che poi le orecchiette non son mica male? E d'estate la gente perbene aveva cominciato ad andare al mare ospiti della famiglia di quei maruchèin con cui si erano imparentati, e tornavano con l'idea che quei posti dei maruchèin eran proprio dei bei posti, e che quei maruchèin lì erano gente davvero ospitale, che se te eri loro ospite eran pronti a tagliarsi anche un braccio se per caso ne avevi bisogno. E certe mangiate di pesce! Così si erano ritrovati con dei nipoti che erano un po’ di sangue maruchèin, ma a quel punto non se la sentivano prorpio più di chiamarli maruchèin, piuttosto si sarebbero cavati un occhio per quei bambini lì, che non c'è una cosa più bella di avere dei nipoti da viziare.

E’ finita allora che dopo un po’ gli anni ‘70 non c'erano più, e non c'erano neanche più i maruchèin, che ormai erano persone come noi, proprio uguali eh! Bravissime persone alla fine se li conosci sti maruchèin!

Poi ha cominciato ad arrivare della gente dall'Africa, e nei bar e sugli autobus la gente li chiamava “Talebani”…”


-Francesco Fantoni-

Source: goodbearblind